“La mia città invisibile”: un racconto parallelo. Sono particolari di una città immaginata, tratti da 180 tavole 15x45 in acquerello e tecnica mista. Tutti insieme fanno un racconto e un invito al gioco.

“La mia città invisibile” è nata durante la preparazione di un progetto scolastico per ragazzi di terza media dedicato ad Italo Calvino, precisamente per proporre “Le città invisibili”. È un testo semplice e fantastico, rapido e leggero, ma al contempo complesso e molteplice, difficile da proporre ai ragazzi delle medie.

Eva è docente in una scuola secondaria di primo grado dove insegna Arte. Il nostro sodalizio è iniziato nel 2000 con la pubblicazione de “Le Filastrocche di Fata Ricotta”, edito da "farmalibri",  in cui cercavamo di unire parole e immagini, ritmo e colore, arte e salute solo per dire che il libro è farmaco.

Quando doveva  presentare un Pon sulle Città Invisibili mi dice: “L’idea è invitare il ragazzo a disegnare ognuno la propria città invisibile”. 
 “Mi piace, ci provo anch'io: in ogni città, per quanto invivibile, c'è sempre qualcosa di bello." "Basta vederlo e disegnarlo.”
“Bisogna stimolare la ricerca del bello." "Senza limiti se non il formato A4.”

È consuetudine per un educatore proporre attività personalmente sperimentate. Così le dico: “Disegna la tua città invisibile e poi invitiamo gli altri a farlo”. 
E così mentre io immaginavo racconti filosofici, lei quotidianamente disegnava la sua città in tutti gli infiniti particolari. Ne è uscito un racconto parallelo senza alcuna logica, se non la ricerca di ciò che c’è di bello in questo cielo di nubi nere.

È questo l’approccio “filosofico” dell’opera di Calvino: "La città perfetta, in cui ognuno di noi vorrebbe vivere, non esiste da nessuna parte”.  Calvino dice di non smettere di cercarla e suggerisce un metodo per raggiungerla: “Mettere insieme pezzo a pezzo partendo da quegli spiragli di bellezza, di serenità, di amicizia, che pure esistono nelle nostre città reali, mescolati a tante situazioni incancrenite, a tanto egoismo, a tanta cattiveria."

Ecco cosa dice Marco Polo all’imperatore dei Tartari Kublai Khan:
“L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà, se c’è n’è uno è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne, il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più, il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa in mezzo all’inferno non è inferno e farlo durare e dargli spazio.”

Per noi il gioco di Eva:

"Disegna la tua città invisibile" ..