TOMMASO MORO
Con Tommaso Moro entriamo nel mondo dell'Utopia, con l'accento sulla "ò": "Utòpia". La "U" sta per "non", "tópos" sta per "luogo", quindi "senza luogo". È la città inesistente, l'isola che non c'è, seconda stella a destra, un classico merito di Thomas More del 1516.
Prima di lui il solito Platone descrive una sua città ideale: la felicità prima di tutto. La salute il mezzo indispensabile per l'equilibrio tra le parti, sia sociale sia individuale. Ma spetta a Sir Thomas More la gloria di aver coniato il termine "Utopia" come approccio filosofico e genere letterario.
Nella sua città inesistente scorre un fiume chiamato "Anidro", cioè “senza acqua”, il principe si chiama "Ademo", cioè “senza popolo”, il nome della città è "Amauruto", ovvero “città invisibile”.
Con tali giochi linguistici Tommaso ci mostra il suo carattere creativo, raffinato e ironico. Quando ad esempio viene condannato a morte per essersi opposto alla volontà del re, è sul patibolo, sposta di lato la sua barba e si rivolge al boia: "Faccia attenzione, la mia barba è senza colpa, non è giusto tagliarla, lei pensi alla mia testa".
Che cosa era successo: Moro è un importante uomo politico, il Cancelliere del re Enrico VIII, uomo dispotico e crudele. Enrico vuole divorziare e sposare Anna Bolena, contro la legge della Chiesa. Tommaso è preoccupato, si provocherebbe uno scisma e una sanguinosa guerra civile, come poi accade. Tommaso non è d’accordo e Enrico VIII, uomo permaloso, gli fa staccare la testa. Per questo diventerà Santo, non certo per la sua Utòpia.
Tommaso Moro è di una attualità stupefacente. Nel suo romanzo "Utòpia", 1516, scrive una storia fantastica per raccontare un'isola che non c'è, un modello di città perfetta. Ci indica un orizzonte, la possibilità del cittadino di immaginare un mondo bello e felice, la città invisibile.
L'orizzonte è per definizione un luogo che non può essere raggiunto, se facciamo un passo lui si allontana, ma ci indica una direzione, da che parte andare, magari insieme.
Tommaso Moro è di un’attualità sorprendente. Dall’inizio ci chiediamo “Dove stiamo andando”, “Come siamo finiti in una tale situazione, Tommaso ci dona la sua diagnosi: “La mancanza di un orizzonte di pace e di bellezza”. Io penso che oggi siamo orfani di utopia.
LA CITTA' DI UTOPIA
Il libro è diviso in tre parti, nella prima Tommaso scrive all'amico Pietro Gilles raccomandandosi di controllare la correttezza dei suoi ricordi; nella seconda racconta il dialogo con Raffaele che nei suoi viaggi aveva visitato un’isola perfetta; nella terza Raffaele descrive la città di Utòpia.
Pensiamo al contesto storico del ‘550 a Londra e leggiamo una frase: "Come fa a funzionare una società dove chi governa vive nell'ozio del lusso? Ciò porta solo alla decadenza”. Attuale, vero?
In quel periodo le differenze sociali tra ricchi e poveri sono devastanti, molti contadini non mettono insieme pranzo e cena: “Vivono nella povertà e poi li arrestano perché rubano per mangiare, addirittura li condannano a morte. Chi delinque lo fa per indigenza e povertà materiale e culturale, quindi il miglior modo è diminuire la povertà, non aumentare le pene". Non sembra un bel programma politico per il mondo di oggi?
Nella città di Utòpia tutti lavorano per legge, nessuno può oziare e vivere alle spalle degli altri. Diventa schiavo chi non rispetta questa unica regola. Non esiste il carcere, sostituito da lavori di pubblica utilità. Ogni giorno è di 24 ore, ben distribuite per legge: 6 sono per lavorare, 6 per oziare, 6 per dormire, 6 per stare in casa e in famiglia. Le 6 ore di ozio sono necessarie per coltivare l'intelletto, chi eccelle in filosofia, musica, poesia, medicina può non lavorare perché il suo ruolo essenziale è l’educazione, cioè dare la propria saggezza al popolo.
La legge è uguale per tutti, la collettività prevale sempre rispetto al singolo: "Omnia sunt comunia", tutte le cose sono comuni: Privilegiati sono solo i medici, i letterati e gli artisti, mentre i magistrati, i politici hanno una carica annuale, vige la regola della rotazione per tutti: due anni si lavora in campagna a fare il contadino, due anni in città a fare l'artigiano. (Consideriamo che siamo in un’epoca preindustriale e gli operai alla catena di montaggio ancora non arrivano).
Tommaso dice che fare uno stesso mestiere per 35 anni è altamente usurante e assai dannoso per il fisico e il morale del cittadino e dello stesso Stato. La proprietà privata non esiste: "L'oro corrompe l'animo", quindi non c'è denaro e il problema di corruzioni, furti, truffe, è risolto all'origine. La terra, l’acqua, l’aria è di tutti, ciò che viene prodotto è messo in comune eccetera eccetera. Questa è la città di “Utòpia".
I REALISTI
Nicolò Machiavelli è un realista: “In politica si deve guardare la realtà come è, non come la si vorrebbe. Colui che lascia quello che si fa per quello che si dovrebbe fare trova la sua ruina sua".
Così dice nel Principe, pubblicato in Italia nel 1513, tre anni prima di Utòpia. A chi domanda: “Davvero nella storia ci sono soltanto lupi e leoni?” “Davvero il desiderio di giustizia, il bisogno di pace sono solo un sogno di uomini ingenui?” Machiavelli risponde: "Piaccia o non piaccia così vanno le cose".
Tommaso Moro invece con Utopia indica un regno del possibile, di ciò che potrebbe essere, instilla l’idea di non accettare passivamente il "funziona così" come unica possibilità del vivere. Dice: “Il potere dell'uomo pensante è proprio nella possibilità di poter fare qualcosa contro la cristallizzazione dello status quo come se fosse immutabile”.
A distanza di secoli ne stiamo ancora parlando, soprattutto oggi che non sappiamo dove andiamo a finire, per questo dedichiamo le illustrazioni alla nostra città invisibile, all’opera di Italo Calvino pubblicata nel 1972. Forse a lui si ispirava il grido di rabbia di Giorgio Gaber quando nel 1976 cantava "Libertà obbligatoria":
"Ma come! Con tutte le libertà che avete, volete anche la libertà di sognare?"