Thomas Hobbes (1588-1679) è “gemello della paura”, per noi un interessante caso umano: se ci chiediamo a quale approccio mentale può portare l’ossessione della paura, Hobbes fa al caso nostro. Ci interessa perché nell’attuale periodo storico siamo tutti intrappolati dalla paura: il cambiamento climatico, alluvioni e siccità, “terra guerra mondiale”, bombe intelligenti, intere città rase al suolo, donne e bambini uccisi, in più un’evoluzione tecnologica che va verso un’intelligenza da grande fratello, e così via incluso la paura del diverso 

Dove ci può portare la paura? Hobbes, che si autodefinisce il “gemello della paura”, può darci gli opportuni chiarimenti. Intanto nel mondo il risultato lo stiamo già vedendo.

Thomas Hobbes nasce settimino, 5 aprile 1588. Sua madre è al settimo mese di gravidanza, alla notizia di un’imminente invasione spagnola viene colta dal terrore e partorisce Thomas, il quale racconta: "La mia nascita fu prematura per la paura dell'Armada spagnola”. E se ne fa vanto: “Io sono gemello della paura". 
Sin dall’inizio il piccolo Thomas vive nella paura. Suo padre è il parroco anglicano del paese, un giorno in chiesa una disputa con un altro sacerdote finisce a calci e pugni. Uno scandalo. Suo padre scappa a Londra, abbandona in un colpo il ruolo di parroco, di marito e di padre. Thomas ha sette anni e viene affidato ad uno zio.
Un bambino, più che della morte e del dolore, ha paura dell’abbandono. Thomas è traumatizzato, nello stesso istante viene abbandonato dal padre, dalla guida spirituale e dalla famiglia.

Vede la paura dappertutto, non si fida più di niente e di nessuno. La paura diventa il motore di tutti i suoi pensieri ossessivi e filosofici. Intanto la situazione nell’Inghilterra del ‘600 non lo aiuta: forte instabilità, conflitti politici, tensioni religiose. La scissione protestante innescata da Enrico VIII (1534) favorisce violenze tra cattolici e protestanti. Poi i conflitti tra il re e il parlamento diventano guerra civile: da una parte i “Cavaliers”, monarchici fedeli a Carlo I, dall’altra i “Roundheads”, parlamentari fedeli a Cromwell. Vince Oliver Cromwell, 1649, decapita il re e fonda la repubblica del Commonwealth. Thomas è monarchico, ha paura, fugge a Parigi e scrive la sua ricetta contro il caos.

Filosofia politica
Questa storia non fa che rafforzare le sue convinzioni: l’uomo è per natura cattivo, violento, egoista, è una bestia, un lupo tra i lupi: “Homo homini Lupus”. Aristotele ha torto, l’uomo non è un animale sociale, ma un essere guidato solo dall’istinto di sopravvivenza. Il suo stato naturale è la guerra di tutti contro tutti: “Bellum omnium contra omnes”.
Per sfuggire allo stato di bestialità occorre una bestia ancora più bestia, un sovrano dal potere assoluto che garantisca sicurezza. L’uomo può tranquillamente rinunciare alla sua libertà in favore di un “Uomo forte” in grado di garantire pace, ordine e giustizia. Da qui discende tutta la sua filosofia politica.

In assenza di una forte autorità sovrana il caos, l'instabilità, la violenza, la guerra, sono inevitabili. Lo Stato di natura dell’uomo deve essere assoggettato ad un contratto sociale con il Sovrano Assoluto, le cui regole servono a controllare un uomo che è lupo tra i lupi. “Deve essere ingabbiato dalle leggi del sovrano” scrive in un libro che diventa un best seller mondiale: “Il Leviatano".
Non importa quale strategia abbia in mente, l’importante è che sia un uomo forte. La paura è la madre del potere sovrano, per aumentarlo bisogna incitare la paura verso un falso e tangibile capro espiatorio, magari stimolando le più basse passioni a dimostrazione della tesi. Ma questa è una storia che tutti i giorni leggiamo sui giornali d’Europa e del mondo. Tantè.

La Salute di Hobbes
C’è di peggio e riguarda la Salute. Hobbes sente la necessità di sistemare la sua vita su una solida base materialistica, desidera ridurre il pensiero a un rassicurante calcolo matematico: la mente è solo un processo meccanico.
Non è un neuroscienziato, ma esprime note interessanti sul funzionamento del cervello in relazione alla percezione dei sensi. Secondo lui gli “eventi mentali” sono fenomeni della materia in movimento. Il cervello è una macchina in cui i movimenti derivanti da percezioni sensoriali producono immagini mentali e pensieri.
Hobbes supera il dualismo di Cartesio tra “Res Cogitans” e “Res Extensa”, per lui esiste solo la materia. Rottama il concetto di “Sostanza incorporea”, perché se il pensiero è “sostanza” allora è anche lui “corpo”. Tutto è materia, tutto ha corpo.
Persino Dio è visto come un orco in carne e ossa, una creatura terribile, mostruosa, potentissima. È come il personaggio della Bibbia nel racconto di Giobbe, un serpente marino o un drago dalla forza indomabile, che va al di là di ogni capacità umana di comprensione: “La ragione può occuparsi solo di cose che conosce”.

Hobbes vede l’uomo come una macchina complessa, in lui ogni parte funziona secondo leggi meccaniche, come qualsiasi altro oggetto. Muscoli, nervi, fegato, cuore, polmone, cervello, sono parti di un sistema meccanico che segue le leggi della fisica.
Il corretto funzionamento di questo sistema significa stare in Salute, cioè in “assenza di malattia”. L’uomo è visto a pezzi, aggiustabili, intercambiabili. È una macchina che funziona bene quando tutte le parti si muovono correttamente. Se c’è un difetto nel carburatore o nelle sospensioni possiamo pensare di poter sostituire il pezzo con uno funzionante. Geniale.

C’è di meglio: la visione meccanicistica di Hobbes porta a immaginare il cervello dell’uomo come una scheda del computer. il pensiero dell’uomo nato lupo, che può perdere il pelo, ma non il vizio, deve essere diretto, controllato, irregimentato da rigide regole dettate dal Sovrano. Non occorre capirle, semplicemente seguirle in cambio di protezione contro la paura. E se il cervello è una macchina allora possiamo resettarla, programmarla, copiarla e magari farla ancora più intelligente. Geniale.
La paura ha innalzato Thomas Hobbes ad una statura patologica. Se uno più uno è uguale a due, il Leviatano più l’uomo macchina, io comincio ad aver paura della Paura. Tant’è! L'unica è operare per la speranza, tornare all'utopia di Platone, Moro e Campanella.